Si abbassa l’età dei maschi europei che soffrono di disfunzione erettile (DE) e a star peggio di tutti sembra siano proprio i giovani italiani. E meno della metà di questi non cerca rimedi o non assume i farmaci prescritti, forse anche per povertà. È quanto emerge da uno studio multicentrico europeo coordinato dal sessuologo e andrologo Emanuele Jannini dell’università dell’Aquila e presentato al recente congresso mondiale di Medicina Sessuale di Chicago. Nella ricerca sono stati coinvolti 28.511 maschi adulti di Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Germania, che hanno risposto a test psicometrici sulla qualità della vita, il lavoro e la vita sessuale.

Il deficit erettile, nei sei mesi precedenti l’intervista, in proiezione, aveva colpito, ben 21 dei 125 milioni di abitanti delle più popolose nazioni europee, pari al 17% con un innalzamento di 4,2 punti percentuali, rispetto agli anni precedenti. E questa volta con una novità che riguarda i fattori di rischio: la povertà. In pratica coloro che soffrono di deficit erettile sono risultati più poveri di coloro che non soffrono del disturbo: 28% dei casi contro il 25%. Fattore questo che si va ad aggiungere a quelli più tradizionali come scarso esercizio fisico (6,1 volte al mese contro le 7 dei “sani”), sovrappeso e obesità (72,5% contro il 56,4%).

Il dato preoccupante riguarda i giovani. Infatti, ne soffre 1 ogni 20 ragazzi dai 18 ai 39 anni, peggio quelli italiani con oltre il 6% che dichiara di avere avuto problemi a letto contro il 4-5 degli altri paesi. In realtà, segnala, Jannini “i nostri ragazzi rispetto ai loro coetanei europei sono più sinceri. Ammettere di avere problemi è un eccellente parametro per giudicare il grado di maturazione di una società. Spetta a noi andrologi dare le risposte che i nostri ragazzi cercano”. Oggi è proprio il ruolo del medico che merita una riflessione. Spazzata via l’andrologia dagli insegnamenti universitari, si è improvvisato specialista dei disturbi sessuali anche chi non lo era, prescrivendo farmaci prima di comprendere ansie personali o conflitti della coppia che avevano portato al deficit erettile. E la conseguenza non poteva essere che il fallimento della cura. Lo dimostra anche lo studio europeo: più della metà non assume la terapia prescritta.

Ad avvalorare ulteriormente questo dato, anche una recente indagine condotta da Datanalysis in collaborazione con Lilly Italia (La DE: cambiamenti nell’immaginario e nella realtà): il 74,7% dei medici prescrive le famose compresse come prima terapia, spesso anche prima di eventuali indagini. Tutti gli inibitori della PDE5 disponibili sono idonei a curare la DE, anche perché dopo la “rivoluzione” Viagra sono arrivate altre novità: il Cialis con la lunga durata di azione e la terapia giornaliera, e ultimo il Levitra oro-dispersibile, la “mentina dell’amore”. Anche l’atteggiamento dell’uomo e della donna sembrano cambiati in positivo.



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