Un lavoro scientifico solleva di nuovo il tema della casualità nell’insorgenza dei tumori: per alcuni tipi di cancro, due volte su tre il potere di evitarli non sarebbe nelle nostre mani.

L’immagine illustra le mutazioni all’origine di tumori attribuibili a fattori ambientali (a destra), ereditari (a sinistra), oppure al caso (al centro). Più rosso è l’organo interessato, più è alta la percentuale di tumori attribuibile a ciascuno dei fattori.|C. TOMASETTI ET AL, SCIENCE

Quanti tumori sono colpa di pura casualità? Nella comunità scientifica, e di riflesso sui media, si tende da anni a sottolineare il ruolo di due precisi fattori, l’ambiente e l’ereditarietà (ovvero geni difettosi) nella genesi del cancro.

Ora uno studio di due ricercatori americani, appena uscito su Science, fornisce per la prima volta una stima di quanto il caso incida nell’insorgenza dei tumori, e la risposta somiglia molto alla percezione comune: due terzi dei casi di cancro sembrano dipendere principalmente dalla cattiva sorte.

ERRORI DI COPIA. È necessaria una premessa per inquadrare correttamente il concetto di “casualità” in relazione all’insorgenza di tumori. Ogni divisione di una cellula in qualunque tessuto dell’organismo comporta un piccolo rischio di un errore di trascrizione nel DNA: in altre parole, una mutazione.

Questi errori sono per lo più innocui, non portano alcuna conseguenza, ma se si verificano in certi geni critici possono avviare il meccanismo che porta al cancro. Secondo gli esperti, servono almeno due mutazioni per innescare il tumore, e più probabilmente quattro o cinque. Per fare un paragone, sono “errori” simili (dello stesso “peso”) a quelli che si potrebbero fare battendo alla tastiera un’enciclopedia di venti volumi: è proprio questa l’analogia proposta dagli autori dello studio, Bert Vogelstein e Cristian Tomasett, della Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti). Per quanta attenzione si faccia, un certo numero di errori di battiturà sarà inevitabile.

DIVISIONI RISCHIOSE. Aveva fatto scalpore, un anno e mezzo fa, un altro studio degli stessi ricercatori, anch’esso pubblicato su Science. In quel caso, i due erano giunti a una conclusione simile, e cioè che una buona percentuale di tumori dipende da quella che loro stessi avevano etichettato come “sfortuna”. In quell’occasione avevano calcolato che circa il 65 per cento del rischio di cancro è spiegabile con il numero delle divisioni cui va incontro un certo tessuto del corpo: maggiore è il numero di divisioni cellulari, maggiore sarà il numero di inevitabili errori di copia.

E i tumori più frequenti, rilevati dai dati dei registri sul cancro americani, sono quelli nei tessuti le cui cellule si replicano più spesso.

GUAI A PARLARE DI SFORTUNA. Lo studio aveva suscitato reazioni accese: nel corso dell’ultimo anno e mezzo sono poi stati scritti decine di articoli in risposta a quel lavoro, e tra questi alcuni giungevano a conclusioni opposte. I due scienziati sono stati accusati di non essersi spiegati bene e di avere usato l’espressione bad luck, cioè sfortuna, in modo improprio, semplificando eccessivamente i loro risultati a uso e consumo dei media.

Sono stati anche chiamati in causa giornali e giornalisti, colpevoli di avere male interpretato quel lavoro scientifico e, soprattutto, di aver tratto conclusioni pericolose, che non si accordavano alle premesse, come quella che se i tumori dipendono dalla sfortuna, c’è poco da fare per prevenirli.

LA MISURA DEL CASO. Il nuovo lavoro di Vogelstein e Tomasett non dice nulla di sostanzialmente diverso dal primo, e cioè che una buona parte dei tumori insorge per mutazioni casuali durante la divisione di cellule sane, ma ribadisce il concetto presentando dati più consistenti e circostanziati.

In particolare, i ricercatori hanno analizzato le mutazioni che conducono a una proliferazione anomala delle cellule in 32 tipi di cancro. Poi hanno sviluppato un modello statistico per stimare quante di queste mutazioni sono dovute all’ereditarietà, cioè a difetti nel gene trasmessi dai genitori, all’ambiente oppure al semplice caso. La loro stima è che sul totale dei tumori, nel 66 per cento dei casi l’insorgenza è dovuta a errori casuali del processo di trascrizione, il 29 per cento può essere attribuita allo stile di vita o a fattori ambientali e il rimanente 5 per cento a difetti ereditari.

NON TUTTI I TUMORI SONO UGUALI. Il ruolo della sfortuna, se così vogliamo chiamarla, ha però un peso diverso nei vari tipi di tumori. Si va da quelli in cui quasi la totalità delle mutazioni è dovuta a errori random (casuali) nel processo di copia, come il cancro della prostata, del cervello, delle ossa o i tumori infantili, a quelli in cui è vero l’opposto.

Nei tumori del polmone, per esempio, il 65 per cento delle mutazioni dipende dall’ambiente, ovvero dal fumo, e solo il 35 per cento è dovuto a errori nella trascrizione del dna. Se si considera poi l’adenocarcinoma, ossia il cancro tipico dei fumatori, solo due casi su 20 sono causati da mutazioni casuali inevitabili, mentre i restanti 18 dipendono da mutazioni indotte dal fumo di sigaretta.

In altri casi ancora, come i tumori del pancreas, prevale sì la casualità (77 per cento di mutazioni random), ma i fattori ambientali hanno un peso non trascurabile.

MODI DIVERSI DI DIRE LA STESSA COSA. È probabile che anche questo nuovo studio alimenti il dibattito tra gli addetti ai lavori, più per le implicazioni che per i dati in sé.

Vogelstein e Tomasetti infatti non negano che i fattori ambientali – non solo quelli che intendiamo comunemente, per esempio l’inquinamento dell’aria, ma anche lo stile di vita, quel che mangiamo, il peso corporeo, l’attività fisica – contino nell’insorgenza del cancro, e i loro calcoli sono perfettamente in accordo con le stime secondo cui il 40 per cento circa dei tumori potrebbe essere prevenuto (il che significa che il 60 per cento non può esserlo).

QUALI ARMI USARE PER LA PREVENZIONE? A loro parere, però, nel dibattito attuale sul cancro, il “caso”, che pure ha un peso enorme, è il grande escluso, mentre sarebbe invece opportuno parlarne.

In termini scientifici, “parlarne” dovrebbe tradursi in un modo diverso di affrontare il tema della prevenzione oncologica, e in generale delle armi da usare nella lotta ai tumori. «Dobbiamo incoraggiare le persone a evitare i fattori ambientali e gli stili di vita che aumentano il rischio di cancro», dichiara Vogelstein, «ma saranno comunque molti ad ammalarsi a causa di mutazioni casuali.»

In questi casi può funzionare solo la cosiddetta prevenzione secondaria, cioè la possibilità di individuare e trattare prima possibile i tumori, quando sono ancora curabili.

SOLLIEVO PER I PAZIENTI. Un altro motivo per cui secondo Vogelstein è venuto il mente di parlare anche di casualità e sfortuna in ambito oncologico, è per offrire rispetto e consolazione a chi si trova a ricevere una diagnosi nefasta. «Ci sono milioni di persone che hanno il cancro pur avendo condotto uno stile di vita sano», afferma: «non vogliamo aggiungere sensi di colpa a una situazione già di per sé tragica.»



Fonte: Focus

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